martedì 11 dicembre 2018

Praga: ieri

Avete presente le televendite dei mobilifici sulle reti locali? Dove vengono presentate cucine, soggiorni, camere da letto, salotti e quant'altro?
Una volta vidi un venditore di mobili su un canale piemontese (ma queste pubblicità le avete in tutte le regioni, ne sono certo) che presentava cucine in stile classico e in stile moderno.

Ad un certo punto presentò una cucina in finitura blu e ciliegio, con antine in vetro acidato. Disse "per chi ama il moderno, ma non troppo".

E questa piazza ve la voglio presentare proprio così, con queste parole: per chi ama il moderno, ma non troppo.
Perché il centro di Praga è suddiviso in una parte vecchia, un labirinto di vicoli fiabeschi che è un eufemismo dire bellissimi, ed una più moderna, che trabocca di turisti, musei e negozi. Che è bella anche lei, dai.

A mettere d'accordo tutti ci pensa questo bellissimo spazio pubblico. Si chiama Platýz, ed è un tranquillo cortile interno agli edifici dietro Piazza Venceslao, centro della città nuova. Il porfido è coperto di deliziosi dehors, presi d'assalto nelle giornate di sole.
E da non perdere anche la retrostante chiesa di San Martino dentro le mura, medievale del XIII secolo, che a suo tempo era adiacente alla cerchia muraria che circondava la città vecchia. Si raggiunge tramite una bellissima e silenziosa stradina di acciottolato.

Certi angoli del centro storico possono essere visitati in totale isolamento dalle frotte di turisti come avviene nella migliore Roma. Ed io, naturalmente, mi sentirei in colpa a terminare l'articolo senza svelarvi quali sono le stradine segrete che preferisco della città vecchia praghese, tutte irrimediabilmente medievali e suggestive: Týnská, Kožná, Řetězová, Anežská, Průchodní, Stříbrná e il tratto di Zlatá compreso tra Liliová e Husova.
Ok, non sono più segrete. Fatene buon uso.



domenica 28 ottobre 2018

Budapest: oggi

Vuoi per i prezzi, vuoi per la concorrenza, vuoi per mentalità o politica, l'Italia da qualche decennio fatica a proporsi come meta di turismo giovanile.
Gli ostelli non sono ancora una realtà iper consolidata ed è raro veder comparire il belpaese in classifiche riguardanti le mete consigliate ai backpackers, o a chi cerca intensa vita notturna (nelle altre classifiche ci siamo praticamente sempre, amor patrio non vi scenda).
Da tenere d'occhio non sono tanto le solite BarcellonaLondraBerlinoIbiza, perennemente presenti, quanto molte città dell'Est Europa che sopraggiungono dalle retrovie.

E se Budapest magari non figura tra le città europee che stanno pensando in grande architettonicamente, la sua vita notturna è al passissimo coi tempissimi, con risultati a seguito.
L'ultimo eclatante esempio sono i ruin pub ("pub in rovina"). All'inizio di questo millennio infatti, da parte di diversi gruppi di giovani, iniziò l'occupazione e la riconversione di molti edifici abbandonati nel cuore del centro. Vennero recuperati e reinventati mobili in disuso come vecchie poltrone, divani, credenze e vasche da bagno, che ne costituiscono ora l'arredamento. Sì, i ruin pub sono praticamente dei collage. Un modo per non buttare via niente e usarlo sapientemente. Il risultato è una folla di indigeni e turisti finché il clima mite lo consente.

Il primo e più celebre ruin pub si chiama Szimpla Kert. Un capolavoro di due piani che conta diversi bar, un cortile, innumerevoli stanze in cui rilassarsi su strambe sedie ed un sacco di modi diversi di intrattenere gli avventori. Ogni sera c'è qualcosa, ma soprattutto la domenica ha qui sede un mercato di prodotti contadini locali.
Veniteci presto, dopo mangiato, perché la tentazione di esplorarne ogni singolo angolo, per ore, potrebbe sopraffarvi.


venerdì 19 ottobre 2018

Budapest: ieri

Amo Budapest sin da quando ci andai la prima volta con obiettivi tutt'altro che turistici: gigante festival musicale.
Niente mi impedì in quell'occasione di proporre ad un ragazzo della combriccola, preso bene quanto me sulle camminate urbane, di farsi un giro in hangover.

Motivo del giro: il monumento dedicato a "I Ragazzi Della Via Pàl", il più celebre romanzo ungherese nonché uno dei miei preferiti in assoluto, caratterizzato da una storia tutt'altro che allegra ed incentrata sulla denuncia di mancanza di spazi aperti nella capitale magiara.
In realtà, con tutto il rispetto, il monumento vero e proprio si rivelò la parte meno divertente del giro, dato che il percorso per arrivarci aveva compreso diverse stradine e piazzette tutt'altro che affollate, che Budapest tiene per chi le vuole scoprire.

Chiedo scusa se le elencherò in stile agente immobiliare, in modi tutt'altro che convincenti, però insomma avete diritto ad illustrazioni mentali di qualche tipo.

C'è Egyetem tér, bellissimo spazio pubblico circondato da una chiesa, un museo, una fontana, una facoltà universitaria e diversi caffè.
C'è Ràday utca, via su cui si affacciano decine di bar e ristoranti, i cui dehors creano una bella parata.
C'è Ötpacsirta utca, verde e fiancheggiata da monumentalissimi palazzi museali.
E poi la mia preferita, Mikszàth Kàlmàn tér (in foto, che ve lo dico a fà), piazza pedonale con fontana e diversi caffè, posta a brevissima distanza da edifici culturali, musei e biblioteche.
Tutt'altro che brutta. 


giovedì 11 ottobre 2018

Trieste: oggi

Suvvia, mi pare ovvio che la frase dell'articolo precedente non volesse sminuire Barcellona e l'ottimo lavoro là fatto negli ultimi decenni.
Al contrario, la metropoli catalana dovrebbe essere presa come modello da città di mare italiane che hanno altrettanto potenziale.
E poi ho bisogno di citare positivamente Barcellona per questo nuovo articolo, ma se ci attacchiamo a questi dettagli...

Il paragone tra Viale XX Settembre e La Rambla viene fin troppo facile, pur essendo la controparte triestina meno ampia e interamente pedonale nel primo tratto.
Ristoranti, locali, caffè (alcuni di gran prestigio), negozi e cinema affollano i due lati del viale che, nonostante sia l'area pedonale cittadina a sprigionare più modernità, ha molto da raccontare nei suoi due secoli di esistenza.
L'hanno frequentato, soprattutto ai tavoli dei suoi caffè, decine di intellettuali tra i nativi di Trieste e quelli ben felici di andarci. Italo Svevo, Umberto Saba, James Joyce ci confermano che Trieste è da sempre luogo favorito dalla crème. Mi viene in mente il grande Gillo Dorfles, nativo triestino e testimone di un secolo artistico, morto ultracentenario qualche mese fa.

Il viale come lo vediamo si deve a Domenico Rossetti. Quando la zona era ancora occupata da un acquedotto ed era aperta campagna, questo antiquario triestino costruì un villone immerso nel verde, con un sentiero alberato che costeggiava la fonte idrica cittadina.
In pratica, ogni volta che percorriamo questo viale stiamo compiendo una violazione di domicilio. Vergogna. 










martedì 9 ottobre 2018

Trieste: ieri

Premettiamo che qualche anno fa la Lonely Planet "in persona" collocò Trieste al primo posto di una speciale classifica dedicata ai luoghi sottovalutati dai turisti.
Perciò, soprattutto per i vagamondo stranieri, tutta la città è già una rivelazione in partenza.

Ma la più bella attrazione famosa - non famosa di Trieste resta il Ghetto: la manciata di viuzze appena dietro la celebre (da noi) Piazza Unità D'Italia. Botteghe, antiquari, bar e ristoranti contrastano col suo nome poco felice. Il piccolo distretto è caratterizzato da una storia lunga ed intricata, che va di pari passo con quella cittadina anche grazie alla sua posizione centrale. Ne consiglio l'approfondimento. 

Di sera la zona diventa uno dei fulcri della vita notturna del centro assieme al Canal Grande, a via Torino e alla piazza dell'Arco di Riccardo. Triestini e turisti affollano i numerosi locali disposti nei vicoletti, creando un'atmosfera assolutamente magica.
C'è da scommettere che se altri centri storici italiani più problematici (e certo, anche più grandi) come Genova e Napoli fossero tutti così, città come Barcellona i turisti non saprebbero nemmeno localizzarle sulla cartina.

La via che si vede in foto si chiama Androna del Pane, e deve il suo nome alle venditrici di pane che giungevano a Trieste, dette Servolane. L'Androna è invece una toponomastica caratteristica di questa zona di mondo (alla pari dell'Archivolto in Liguria o del Chiasso a Firenze) ed indica un vicoletto, una via stretta tra le case, a volte anche un cortile senza via d'uscita. Non in questo caso.


lunedì 8 ottobre 2018

Eurotrippa

Voglio essere onesto: questo viaggio è un'avventura attraverso varie città d'Europa assieme ad un caro amico, muovendosi in autobus e dormendo in luoghi economici. Fin qui niente di particolare. Migliaia di persone l'hanno fatto prima di noi e altrettante lo faranno dopo.

Eurotrippa nasce per fotografare (ehm, letteralmente) in modo schietto e selettivo due realtà per ciascuna delle città europee che visiteremo, magari sottovalutate, magari invece celebri ma con quell'angolo poco conosciuto che meriterebbe hype. Da Milano ci muoveremo verso est. Una delle due foto sarà in rappresentanza della città "di ieri", i suoi fasti e le sue glorie passate, o i suoi angoli nascosti. L'altra sarà dedicata alla città "di oggi", un qualcosa (spesso non distante dal centro) che dimostri le capacità della città di tenere il passo con l'età moderna, oppure semplicemente fuochi di paglia belli da vedere. Fin qui magari ancora niente di particolare, sarete voi a giudicare.

Il nome Eurotrippa l'ho scelto per fare un parallelismo tra il modo in cui cambiano i centri urbani europei nel corso degli anni, e il modo in cui la pancetta di un viaggiatore va e viene, si espande e si ritrae a seconda della quantità di cibo e di birra che consuma.
Sto scherzando dai, non sono un cantante indie moderno. Ho scelto Eurotrippa perché mi faceva ridere. 

lunedì 24 settembre 2018


Scherzavo, ovviamente.

Mi avete un po' sottovalutato se eravate convinti che chiudessi questa mega rassegna senza entusiasmo, senza pathos, senza musica!

A parte il fatto che in Texas ho visto delle targhette-souvenir con perle di saggezza tipo: "l'alcol è sempre la risposta, non chiedetemi la domanda".
Alcol, musica. Il luogo di Dallas dove trovare entrambe le cose è il Deep Ellum, zona ad est di Downtown che prende il nome dalla storpiatura della pronuncia texana della parola "Elm". Elm Street è la via principale del quartiere.

La seconda metà del '900 ha visto Deep Ellum trasformarsi da una zona di periferia industriale e malfrequentata ad un concentrato di locali e bar in cui bere ed ascoltare musica, dotati di quello stylish touch che caratterizza molti quartieri riconvertiti di questo tipo.
In realtà anche oggi, a notte fonda, non ci sono esattamente persone che inviterei per il caffè, di conseguenza il mio consiglio è di andarci per cena e farsi una di quelle serate in cui è una libidine guardare l'orologio e realizzare che non sono ancora le dieci.

La comunità artistica è piuttosto florida, e il simbolo del quartiere sono le tre enormi sculture a forma di robot denominate The Traveling Man, che rappresentano i tre momenti di un viaggiatore: il riposo ("The Awakening"), l'attesa ("Waiting on a Train") ed il cammino ("Walking Tall").

Va comunque detto che quando ho visitato questo quartiere, e in generale tutta Dallas, ero pervaso dalla contraddizione che ti assale al termine di un lungo viaggio: ti diverti, certo, ma al contempo non ti dispiacerebbe tornare a casa.
I tuoi luoghi, i tuoi affetti, le tue comodità, il non dover esibire il passaporto per ordinare una birra.

È paurosamente ampio il catalogo delle canzoni ideali per il quadro di una qualsiasi metropoli americana che si allontana da te, alle prime luci dell'alba.
Da "Sailing" di Christopher Cross a "The Fountain Of Youth" di Michael Franks, passando per "Last Train Home" di Pat Metheny. Oppure tutte e tre, che il viaggio si preannuncia lungo.


domenica 16 settembre 2018

Anche a Dallas c'è un intero quartiere dedicato alla cultura (con cui non si mangia, lo ricordo), che a conti fatti risulta il più grande d'America nel suo genere.
Proprio qui gli architetti superstar hanno dato del loro meglio: negli ultimi decenni una manciata di isolati è stata ricoperta di edifici a scopo culturale prestigiosamente firmati.

Il mio preferito è il Morton H. Meyerson Symphony Center, che però è di nuovo opera di Ieoh Ming Pei. Direi per par condicio di scomodare qualcun altro.

Norman Foster è celebre per la cupola del Reichstag di Berlino, e se vi fate venire in mente 5 strutture architettoniche contemporanee di Londra, probabilmente 3 sono opera sua.
Per Dallas ha progettato la piacevolissima Winspear Opera House, che si inserisce nel più vasto AT&T Performing Arts Center, un gigantesco polo sede di diverse compagnie teatrali, di canto e di ballo.
Chiedo scusa se c'è qualche super appassionato di architettura: menzionare l'autore di un edificio, assieme ad alcune sue celebri creazioni, non è tanto un fatto di garanzia e di brand ("l'ha fatto Norman Foster quindi è bello") ma serve a rendere l'idea di quanto abbiano pensato in grande a Dallas, e soprattutto chi è in grado di riconoscere il marchio di fabbrica di un grande progettista tramite ricerca di somiglianze con altri suoi lavori, lo può fare.

Citazione particolare la merita l'adiacente (ma meno recente) scuola d'arte dedicata a Booker T. Washington, figura fondamentale del '900 per la lotta alla segregazione razziale, e qui ricordato da un monumento. Ho studiato la sua storia all'università ed è tra le poche cose che ancora ricordo a menadito. Bello ritrovarlo qui.

Ebbene ragazzi, è il momento di salutarci. A Montréal avevo iniziato con un landmark culturale e con un landmark culturale concludo. Saluto questo continente pieno di vita, diversità, contraddizioni, con la certezza che sia solo un arrivederci.


lunedì 3 settembre 2018

La playlist va avanti e ora in riproduzione c'è "Try Me On, I'm Very You" dei Deee-Lite, altra bellissima colonna sonora da camminata urbana.

Sono rimasto favorevolmente colpito dalla onnipresenza delle fontane nell'arredo outdoor (perdonate l'inglesismo, ho già usato "urbano" nel paragrafo precedente) della Downtown di Dallas.
Buoni esempi sono la Pegasus Plaza e soprattutto la fontana della moderna chiesa First Baptist Dallas che ha, tra l'altro, un vulcano finto che erutta acqua ad intervalli regolari.

Ma tutto è oscurato da un luogo che la fontana ce l'ha pure nel nome. Il grattacielo Fountain Place è uno degli edifici più vistosi del quartiere degli affari: la sua costruzione ha infatti previsto un palazzo a forma di prisma che acquisisce una forma diversa a seconda dell'angolazione da cui lo si osserva. Pare dovesse avere un gemello ma negli anni 80, decennio della sua costruzione, si verificò la crisi del petrolio texano con conseguente mancanza di verdoni.
L'architetto della torre è lo stesso della piramide del Louvre di Parigi e della Bank Of China, il grattacielo trasparente di Hong Kong: il cino-americano Ieoh Ming Pei, che peraltro ho scoperto essere attualmente (luglio 2018) ancora tra noi alla veneranda età di 101 anni.
A lui si devono diversi edifici della Downtown, non ultimo il municipio.
E se, come dicevo precedentemente, le sculture nelle plaza portano firme meno celebri di quelle a Chicago, a livello architettonico Dallas ha moltiplicato gli edifici ad opera di progettisti superstar, di cui il signor Pei è uno dei tanti. Approfondiremo nel prossimo articolo.

Beh ma sicuramente vorrete sapere perché questo trionfo di acciaio si chiama Fountain Place, no?
Potrei sbagliarmi, ma credo sia per la presenza di 172 (cento-SETTANTA-due) fontane nella plaza pedonale sottostante. Esse formano un vero e proprio spettacolo idrico automatizzato ed è possibile passare su una scala che affianca alcuni laghetti disposti in discesa. Naturalmente, è facile immaginarsi quanto forte sia la somma degli scrosci d'acqua lì sotto. Che mi importa delle cascate del Niagara, io sono stato al Fountain Place! 



lunedì 27 agosto 2018

Un giro per la Downtown di Dallas è un'occasione d'oro per snocciolare nuovamente la playlist di musica urbana, come non succedeva dai tempi di Chicago.
"Ain't Nothing Goin' On But The Rent" di Gwen Guthrie, "Chameleon" di Herbie Hancock, "Suspicions" di Eddie Rabbitt. O magari "All 4 Love" dei Color Me Badd se vogliamo stare allegri.

Ma non siamo a Chicago, e me ne accorgo ben presto.
Dimenticatevi le sculture di Mirò, Picasso, Chagall. Ma quando mai!
Qui il primo arredo urbano che trovo è niente di meno che la riproduzione di un occhio gigante, blu come un ghiacciolo all'anice e diretto con la sua estrema vistosità, quasi a volermi dire "benvenuto al sud, stronzo!".

Informiamoci meglio, allora. Ideato dall'artista Tony Tasset, fu fabbricato in vetroresina nel 2007 per un'esposizione temporanea tenutasi a Chicago (AH!) da una società non esattamente nota per la sobrietà delle sue opere. Per esempio la mega ciambella di Randy's Donuts in California, riprodotta in film e videogiochi, è roba loro.
L'occhio è approdato poi in Texas dal 2013, dopo essere stato anche a St. Louis. Essendo proprietà privata non si può andare fin sotto, ma non è necessario.

PS: visti i tempi che corrono, è meglio se chiedo scusa per aver usato la parola "stronzo" prima. Ammetterete però che "benvenuto al sud, lestofante!", oppure "benvenuto al sud, manigoldo!" non sono esattamente realistiche per lo scritto di un ragazzo che vive nel XXI secolo.